
R.A.G.U.
Laura Alessandrini ·
Spesso mi viene chiesto “Come posso capire meglio il lavoro strategico?”. Rispondo sempre che mettere le mani in pasta in progetti vicini – anche di amici e conoscenti – è il modo per capire e comprendere da vicino le motivazioni delle persone che hanno un sogno, quello di vedere il proprio progetto realizzato.
In questa case history ti parlo del progetto della mia amica Mila Fumini. Progetto che alla data odierna conta un team di amici professionisti per il suo sviluppo: la sottoscritta, Veronica Frison, Filippo Sorcinelli. Per cui sentirete ancora molto spesso parlare delle sue evoluzioni.
Mila è una storica interessata prima di tutto a fare emergere, diffondere e studiare tutte le tracce documentali di quel grandissimo insieme che sono le scritture femminili semi-colte d’età moderna. Questa intervista nasce dalla chiacchierata pre-brief e ho deciso di condividerla con tutti.
Mila, come spieghiamo il tuo lavoro?
Sono una storica interessata prima di tutto a fare emergere, diffondere e studiare tutte le tracce documentali di quel grandissimo insieme che sono le scritture femminili semi-colte d’età moderna.
Per scovare, indagare e rappresentare queste fonti archivistiche e documentali mi piace usare gli strumenti delle digital humanities che, per la mia sensibilità, sono un grande strumento democratizzante per la conoscenza.
Tale dimensione democratica della condivisione di fonti antiche attraverso la fruizione sul web si dipana su due sentieri. La prima risiede nel fatto che io, anche se non ho i denari che mi consentano di andare a guardare una fonte manoscritta custodita, faccio un esempio fra mille, all’archivio della NATO a New York, io possa tranquillamente accedere al catalogo delle fonti manoscritte di quella istituzione e “sfogliarla”.
La seconda cosa democratica è un’altra però, se vogliamo ancora più potente. Per raccontarvela faccio un passo indietro e pongo una domanda: chi decide se una fonte ha valore o no? Molte volte non è l’archivista. Molte volte non è lo studioso.
Sovente è l’istituzione medesima. Faccio un esempio. Se voi vi recate all’Archivio Segreto Vaticano ci troverete dentro milioni di chilometri di documenti dal II secolo d.C. ai giorni nostri. Non scherzo e non esagero. Ma se voi andate a sfogliare il catalogo che cosa vedrete nelle schede di descrizione dei documenti? Vedrete quello che l’istituzione ecclesiastica romana ha voluto che fosse la sua rappresentazione.

Vedrete quello che si vuole far emergere. Per questo motivo, con grandissima difficoltà troverete documenti economici o, ancora peggio, tutti quei documenti che porterebbero alla luce questioni morali in cui fosse coinvolta la classe dirigente di quell’apparato istituzionale, i sacerdoti cioè.
Questo è perché io scelgo cosa far trovare dei miei documenti. Digitalizzare, invece, molte volte, significa fare campagne per trasformare il documento cartaceo in un formato fotografico senza tante scelte sottili.
Una volta che si intraprende la digitalizzazione di un fondo lo si fotografa per intero. E lì, io posso, talvolta, ritrovare anche documenti che, a catalogo, avrei potuto scegliere di far tacere. Il discorso può apparire complesso in realtà al contrario è molto semplice: digitalizzare significa far vedere tutto.

Origini del progetto
Tutto è cominciato il giorno in cui, aiutando un’amica a sgomberare una cantina, ho trovato uno scatolone pieno di quaderni, erano ricette di famiglia. Malgrado la proposta dell’amica, esperta in food studies, di gettare tutto, ho subito riconosciuto l’inestimabile valore di quei quaderni.
Durante un periodo trascorso a Rimini, ho avuto il tempo di riflettere sull’importanza delle scritture femminili nelle tradizioni culinarie e su come questi quaderni potessero essere considerati preziosi ego-documents. Sebbene spesso la letteratura accademica tenda a trascurare tali fonti, ho compreso la loro importanza come testimonianze dirette della vita quotidiana delle donne del passato.

Qual è il Valore del R.A.G.U. nel Mondo?
Il mio progetto ambisce a preservare e valorizzare la saggezza culinaria tramandata dalle donne delle generazioni precedenti. Faccio spesso l’esempio della ricetta ufficiale del tortellino di Bologna, formalizzata negli anni ’80. Mentre i cosiddetti esperti e le istituzioni canonizzavano “ricette ufficiali”, le vere maestre della cucina – nonne, mamme, zie – hanno perfezionato queste ricette nelle loro cucine, tramandandole di generazione in generazione. Il progetto R.A.G.U. mira a far risuonare nuovamente queste voci troppo spesso silenziate, riconoscendo il contributo delle donne alla cultura culinaria italiana, in particolare nel periodo del dopoguerra.
Il cibo non è solo sostentamento; è un linguaggio, uno strumento affettivo e psicologico per esprimere amore, tradizione e cultura. Mentre in molte tradizioni religiose il cibo è consacrato in riti sacri, la preparazione e condivisione delle ricette rimangono gesti profondamente personali e trasformativi. Questi ricettari, oltre a dettagliare deliziose ricette, raccontano storie di donne che hanno condiviso la loro saggezza, dall’elaborare un semplice brodo ristoratore alle formule per creare cosmetici fatti in casa.

Alcuni link
Bologna Today
Cibosogood
Womons
Biblioteca Gambalunga
Vice
Gambero Rosso


